9.08
In questo numero: Vivien Ayroles, Alessio Cervo, Giacomo Croci, Marcello Dino, Federico Erra, Maurizio Fiorino, Simone Ghelli, Ester Grossi, Alessandro Lapetina, Jennifer Malvezzi, Alessandro Maria Nacar, Giacomo Tenchenco, Rémi Pollio, Max Vuerich
Non siamo innovatori. Non siamo rivoluzionari. È impossibile assumere una tale posizione, ora.
Persa la nostra identità come individui, dislocati, disumanizzati, persi nella molteplicità, nel relativismo – paradossalmente, mutato in assolutismo, nella cacofonia delle immagini e dei verbi, nella produzione macchinosa, fertile ma generatrice di soli cloni – assurdità imminente quanto reale, riproduzione che getta radici in ogni campo dal figurativo al cibo, è – quasi, assurdo tentare – ora, un rovesciamento. L’unica manifestazione di volontà che possiamo trasmutare in fatto è la comprensione. Ci prendiamo il nostro spazio, il nostro tempo. Riflettere, osservare, esplicare la nostra generazione: questi sono i pilastri su cui vogliamo erigere la nostra attività. E così nasce Il Deserto Rosso: una parentesi, una postilla, una finestra; un omaggio a Michelangelo Antonioni.
Non c’è un programma, e questo non è un manifesto: la contraddizione è imperativo categorico per la dialettica. Non è una provocazione: è solo esplicazione; osservazione atta a suscitare un movimento mentale e fisico. Nostro obiettivo in questo senso, è avere un rapporto attivo con il nostro lettore e fruitore. Da Duchamp fino all’ultimo dei folli, l’arte ha tentato e tenta tuttora di sradicare lo spettatore dalla spuria condizione di passiva contemplazione di modelli e gusti già prestabiliti. Vogliamo - anche noi, ulteriormente, stimolare il pensiero. Vogliamo e dobbiamo essere moderni. Non per una qualche forma di patologia con intenti evoluzionistici o voga, bensì perché siamo il risultato delle condizioni storiche, economiche, culturali e civili della nostra epoca. Quest’ultima è a sua volta il riflesso di ciò che noi siamo. È una sintesi viziosa, malata eppure – pare, anche virtuosa.
“Ogni opera d’arte è figlia del suo tempo, e spesso è madre dei nostri sentimenti. Analogamente ogni periodo culturale esprime una sua arte, che non si ripeterà mai più. Lo sforzo di ridar vita a principi estetici del passato può creare al massimo delle opere d’arte che sembrano bambini nati morti. Noi non possiamo, ad esempio, avere la sensibilità e la vita interiore degli antichi Greci. [...] La nostra anima si sta risvegliando da un lungo periodo di materialismo, e racchiude in sé i germi di quella disperazione che nasce dalla mancanza di una fede, di uno scopo, di una meta”. Wassily Kandinsky, “Dello Spirituale nell’Arte” (1911)
Non possiamo essere rivoluzionari. La rivoluzione è insita nella presa di coscienza. Questo è l’inizio. Il nostro è – soltanto, un piccolo emporio fatto di singole personalità che si uniscono in un osmotica, multilaterale e spontanea rappresentazione del sottoreale. “Il problema dell’umanità” – diceva Bertrand Russell – “è che gli stupidi sono strasicuri, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi”. Se il relativo può diventare assoluto – forse, l’unica salvezza è il dubbio come sistematico metodo di ricerca e comprensione.